David Cronenberg Italia
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RECENSIONI - Rassegna Stampa / 5

Ultimo Aggiornamento: 17/09/2012 19.25
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Sesso: Maschile
09/11/2011 11.08


David Cronenberg ha 68 anni e ne ha attraversati 36 partendo dai condomini ballardiani de Il demone sotto la pelle, raccontando la potenza manipolatrice della tv in Videodrome, rivelando il suo romanticismo (non è uno scherzo) in Crash, ragionando sull’aggrovigliamento tra il vero e il falso in eXistenZ fino ad arrivare a una forma classica, pulita, in cui i temi latenti si nascondono sapientemente dietro al lato manifesto. Ecco quindi A Dangerous Method. Il film “sulla psicanalisi” (riduttivo) che mancava al genio di Toronto. Che evolve ed è sempre se stesso. Anche in questo film, come in tutti i suoi lavori, la parola chiave è: contagio. Contagio tra tre menti, quelle dei protagonisti Jung-Freud-Spielrein, contagio mondiale della psicanalisi che sbarca in America in una delle scene più significative (quando i due padri della disciplina arrivano a New York, Freud dice: “Lo sanno che gli stiamo portando la peste?”), contagio tra film e ciò che sta fuori dal film. Perché nel raccontare l’amore impossibile tra Jung (Fassbender) e Sabina (Knightley) nel raccontare la psicanalisi, l’Europa alla vigilia della Prima guerra mondiale, l’ebraismo di Sigmund (Mortensen) in cerca di scientificità e il misticismo in nuce dell’allievo Carl Gustav, il regista si confessa. Mettendo in scena schermaglie erotiche e dialoghi sulla libido, Cronenberg suggerisce che analisti e artisti hanno molto in comune. Ma, come Jung, questi ultimi raccontano per creare ciò che ancora non c’è, non solo per riconoscere ciò che esiste già. Gli artisti sono untori. Tutto verte sul linguaggio, la scrittura e i segni (anche fisici), responsabili – come Allegra Geller di eXistenZ – di inventare realtà attraverso i giochi del senso. Perché il senso non è un oggetto inerte e le parole sono agenti mutageni. Come la tv che divora James Wood nel grande capolavoro del 1983 o come, anche, il ristorante russo che inghiotte le illusioni di Naomi Watts ne La Promessa dell’Assassino. Ma artisti, analisti, esseri umani, non possono uscire dalla rappresentazione che copre il buco nero del desiderio senza nome (dove si dirige lo psichiatra folle Otto Gross, Vincent Cassel, vera anima nera di A Dangerous Method, che di regole e simboli non vuol proprio sentir parlare). Luci abbaglianti e coni d’ombra, animus e anima, la casa al lago di Jung e l’abitazione viennese di Freud, abiti bianchi che si sporcano di sangue e fango: le opposizioni si mescolano. E Cronenberg cambia forma, non tradendo le pulsioni di sempre.
Elisa Battistini, ilfattoquotidiano.it



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Appena 93 minuti. Ciò che colpisce dell’ultimo Cronenberg è la compattezza, la sua forma asciutta e priva di fronzoli, il suo rigore pressoché orfano di qualsivoglia ghirigoro cinematografico. A Dangerous Method (2011) è un ritorno all’assenza: dalla trilogia della nuova carne di esordiente memoria (Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica) per finire con le pulsioni violente di recente attualità (A History of Violence, La Promessa dell’Assassino).
Breve il passo chiaro il punto d’incontro: quello Spider (2002) che si pone esattamente come spartiacque nella carriera del cineasta canadese, che proprio dalla pellicola tratta da Patrick McGrath torna ad attingere, senza per questo disdegnare i rimandi a M. Butterfly (1993), uno dei lavori meglio riusciti e inspiegabilmente meno citati/ammirati quando intorno al regista di Toronto ci si trova a dissertare.
A Dangerous Method è un film anomalo, formalmente poco o per nulla “cronenberghiano” ma estremamente personale sul versante della sostanza, in quanto contenitore di temi e immagini carissime al suo autore. Carl Jung approccia sessualmente Sabina Spielrein né più né meno come Viggo Mortensen possedeva Maria Bello sulle scale di A History of Violence, liberando un desiderio che è al tempo stesso represso impulso emotivo e coscienza a posteriori, capace di consumare ciò che l’inibizione aveva accresciuto e sottomesso fino all’inevitabile ribellione. I corpi sono e restano la struttura del cinema di David Cronenberg, contenitori della rappresentazione fisica di ciò che l’input mentale genera: dopo averne scandagliato le conseguenze ecco l’autore provare a risalirne alle cause, finendo con il mettere in scena una storia che fa perno sul rischio insito in ogni tipologia di rapporto, affettivo o profondamente amichevole che sia: consumarsi lentamente durante la sua durata, spersonalizzarsi per mettersi al suo servizio. A farne le spese è Carl Jung, logorato dal rifiuto di amare Sabina Spielrein e indelebilmente segnato dalla delusione che il rapporto nato con l’allora paziente abbia deluso la fiducia, prima intellettuale e poi umana, di Sigmud Freud: punto di riferimento ai limiti del paterno per Jung, da venerare e sfidare come compete ad ogni “figlio” maschio che si rispetti.
A Dangerous Method è un riuscito Kammerspiel che, forte della piece teatrale The Talking Cure della quale è adattamento per il grande schermo, arriva dove si prefigge, purtroppo non contemplando appieno mezzi e finalità dell’arte in questione, cioè la settima. E se l’abilità dietro la macchina da presa di Cronenberg salva un’operazione “essenziale” dalle derive dello sceneggiato televisivo, decisamente da meno è la sceneggiatura, che colpevolmente omette i passaggi relativi alla maturazione spirituale di Sabina Spielrein, oltre a relegare a ninfomane macchietta sullo sfondo la figura di Otto Gross. Non il peggior film di David Cronenberg, sicuramente il meno riuscito della sua recente produzione. Ma ad accontentarsi alle volte si gode.
Luca Lombardini, taxidrivers.it



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Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Vienna e Zurigo sono lo scenario della relazione trail maturo Sigmund Freud e il giovane Carl Gustav Jung. Il padre della psicoanalisi incontra il suo “figlioccio”, l’erede. Tra i due si interpone Sabina Spielrein, una ragazza russa colpita da una grave isteria ma dotata di grande intelligenza. Il suo sogno? Diventare una buona psichiatra. Da paziente a medico. Come anche Otto Gross, anche lui psicoanalista ma rinchiuso, dal padre, nella clinica di Zurigo presso la quale lavora Jung.
Intorno ai quattro si svolge una avvincente storia già descritta da John Kerr nel libro Un metodo molto pericoloso. Cronenberg porta sugli schermi un’opera matura, intelligente, assai delicata. Parte del merito è dello sceneggiatore Christopher Hampton (Espiazione, Le relazioni pericolose) che adatta benissimo l’opera di Kerr al cinema. Anche il cast è di primissimo piano: Freud è interpretato da Viggo Mortensen, Carl Jung dall’attore emergente Michael Fassbender, Sabina da Keira Knightley e Otto Gross da Vincent Cassel.
Nel 1904 Carl Gustav Jung è uno psichiatra ventinovenne, agli inizi della carriera, vive con la moglie Emma (incinta) a Zurigo e lavora presso la clinica Burghoizli. Grande ammiratore della terapia delle parole (Psicanalisi) di Freud decide di metterla in pratica su una giovane paziente russa: Sabina Spielrein. La ragazza è disturbata, aggressiva ma dotata di grande intelletto. La terapia confermerà le teorie di Freud sul rapporto tra sessualità e disordini di carattere emotivo. Sabina, infatti, da giovane è stata costretta alle peggiori umiliazioni da parte del violento padre. Violenze che portavano la giovane ragazza a uno stato di straordinaria eccitazione sessuale.
Jung decide di intraprendere una fitta corrispondenza con il “maestro” Freud, per informarlo costantemente sui progressi della terapia. Da un semplice rapporto di lavoro i due matureranno una grande amicizia fondata su una reciproca stima. Davvero straordinario il primo incontro (durerà circa tredici ore) tra un pranzo a casa Freud, una buona torta Sacher (con panna, naturalmente) e l’immancabile fumo del sigaro del medico viennese. Freud è piacevolmente sorpreso dal giovane collega svizzero e gli affida, in cura, Otto Gross, un uomo dotato di straordinario talento ma affetto da gravi turbe. Lo stesso Gross è medico e quindi viene sottoposto a un regime di sorveglianza particolare: Jung lo tratterà come un amico, un confidente e a lunghi tratti lo stesso Jung diverrà quasi un paziente, estasiato dalla grande personalità di Otto. Lo psicoanalista svizzero è soprattutto intrigato dalle argomentazioni di Gross sulla monogamia (una tortura) e quasi “costretto” a rivedere le sue posizioni verso le pazienti. A tal proposito, memorabile quando Otto chiede quale tecnica usasse lo psicanalista svizzero per far “cedere” sessualmente le sue pazienti. Ma a cedere sarà lo stesso Jung che si lascerà travolgere dagli istinti, mettendo da parte il rigore etico, per dare il via a una relazione clandestina con Sabina. Una delle scene più indicative vede protagonista Jung mentre sculaccia in modo violento la giovane ragazza. Il confine paziente/medico è ormai varcato e non si può tornare indietro.
Sullo sfondo un Freud, con l’immancabile sigaro, che osserva gli sviluppi del lavoro di Jung ma viene tenuto, da quest’ultimo, all’oscuro della relazione sessuale. Inevitabilmente anche il rapporto tra i due psicologi subirà dei cambiamenti. In seguito a un viaggio in America la frattura tra i due diverrà insanabile.
Pellicola davvero interessantissima quella di Cronenberg. Tratta da una storia vera, una storia di amore, tradimenti, amicizia che ruota intorno alla neonata psicoanalisi. Il triangolo Spierlein/Freud/Jung è stato tenuto a lungo nascosto ma riaffiorato grazie ai diari personali di Sabina e comprovato dalle lettere che la psichiatra scambiava con il padre della psicoanalisi. Ma quello in cui Cronenberg riesce maggiormente è nel riuscire a mettere in scena, in modo credibile, il rapporto tra la medicina e gli umani. Tra medico e paziente. Mostrando come entrambi vivano delle stesse emozioni, ambizioni, paure. Se è vero che la psicoanalisi è un tentativo di risolvere un conflitto, quello di Jung è sicuramente tra la sua volontà, di tenere un alto profilo etico e onorare la moglie e i figli e quello sessuale che lo porta inevitabilmente a desiderare Sabina. E forse è proprio Gross a sciogliere l’intrigato nodo. Qui il paradosso: un paziente (seppur medico) che “apre gli occhi” al suo psicoanalista e lo spinge tra le braccia di un’altra paziente. Dopotutto, e qui è bravo Cronenberg, la storia ci dice che Jung, a differenza di Freud, era più aperto a nuove esperienze, sia lavorative che umane e non sono poche le differenze, nello stile di vita, tra i due. Il viennese Sigmund, padre di sei figli nonostante la notorietà viveva una vita non agiata, Jung aveva invece la fortuna di una moglie “straordinariamente ricca” (come lui stesso ricorda). Freud era ebreo mentre Jung era uno svizzero ariano. Freud era integralista nelle sue idee e non mancava di ricordare al giovane collega come il loro campo dovesse essere demarcato da confini netti e ben precisi. Andava analizzato solo quello che scientificamente si poteva provare, mentre Jung mostrava una insolita curiosità per il paranormale.
Il cast risulta funzionale al progetto. Sugli scudi un meraviglioso Fassbender che ci regala un Carl Gustav Jung assolutamente perfetto. Nell’aspetto, nella mimica con movimenti curatissimi e nulla lasciato al caso. Non da meno Viggo Mortensen che però non riesce a donare al suo personaggio la giusta autorevolezza. Forse una precisa indicazione dalla regia di far spiccare la figura di Jung. Molto positiva Keira Knightley anche se, soprattutto nelle crisi isteriche iniziali, sembra forzata rischiando di sfociare nella caricatura. La giovane attrice mostra nel complesso di aver raggiunto la piena maturità artistica e discreta adattabilità a ruoli impegnativi. Forse il più inadatto risulta, alla fine, Cassel. L’attore francese o si ama o si odia e costantemente divide il pubblico. In questo caso gli viene affidato un ruolo interessantissimo, quello del “nichilista” Gross. Un personaggio ambiguo, poligamo convinto, completamente assuefatto dalla cocaina. Vincent prova a conferire al suo medico malato una giusta ironia, a volte macabra, ma non sale di tono e non convince fino in fondo. Forse, e qua l’errore è anche nella sceneggiatura, si poteva maggiormente approfondire la sua figura ma si preferisce farla letteralmente “sparire”. Il suo nome riapparirà solo nelle didascalie finali. Come se fosse un fantasma, un’ombra dell’inconscio di Jung. Almeno noi, vogliamo leggerla così ben consci che nei film di Cronenberg nulla è casuale. Proprio per questo ci sentiamo di consigliare vivamente questo film, un piccolo gioiello nella filmografia del regista e un prezioso ritratto di un’epoca. Non mancheranno, infatti, velati ma taglienti riferimenti storici con Freud che consiglia all’ebrea Sabina di non intrattenere una relazione con l’ariano Jung e lo stesso psicoanalista svizzero che racconta alla Spielrein di aver sognato “grandi onde che imperversano ovunque”, distruzione e morte in una straordinaria metafora della seconda guerra mondiale ormai alle porte. Unica macchia del film, la scena in cui Gross intrattiene un rapporto sessuale selvaggio con una infermiera all’interno della clinica: “Grazie ne avevo proprio bisogno”, dice Otto. Noi invece no, ma di Cronenberg e di questi film non possiamo assolutamente farne a meno.
Consigliatissimo .
Alessandro, cinezapping.com



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E’ arrivata venerdì nelle sale l’ultima fatica del regista canadese David Cronenberg, A Dangerous Method, dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia. Sullo schermo, la storia dei due fondatori della psicoanalisi Freud (Viggo Mortensen) e Jung (Michael Fassbender): tra loro, Sabina Spielrein, (Keira Knightley) personaggio femminile a lungo rimasto nell’ombra ma che tanto importanza rivestì nello sviluppo della teoria psicanalitica. Cronenberg, col solito acume che lo contraddistingue, analizza l’insolito mènage à trois che cambiò per sempre la storia della medicina: la Spielrein fu paziente dei due santoni dell’inconscio, amante di Jung, fino poi a diventare una delle prime donne ad esercitare la professione di psicanalista.
Il ritratto di una donna all’avanguardia, sullo sfondo di una Europa tormentata, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: tra Zurigo e Vienna, nel cuore di un Paese che sembrava correre verso progresso e cultura, si delineano grandi personaggi, conflitti, problemi. Alla base, uno scenario storico-scientifico imponente, nel quale si intrecciano tre vite complesse, interdipendenti tra loro. Jung e il maestro Freud, colleghi e poi rivali, e l’ebrea russa Sabina Spielrein tra loro, narrati dal regista più controverso dell’inconscio: la cornice è composta e sofisticatissima, la pellicola si inscrive in un cinema del ‘parlato’ allo stesso modo del Carnage di Polanski.
Ma qui il contesto storico e la ricostruzione del passato non sono un dettaglio e i protagonisti, sebbene attraversati dai dubbi e dalle contraddizioni che la cultura del ’900 ha sdoganato e portato a coscienza, tramite la psicoanalisi, rendono l’idea di una messa in scena troppo studiata: dialoghi a ritmi serrati, inquadrature fredde e impassibili, attori bravi ma con pochi guizzi creativi, e la Knightley soprattutto, attorno a cui ruota l’asse narrativo del film, con una recitazione sopra le righe tutta smorfie ed esasperazione per raccontare la ‘follia’ di una donna sicuramente fuori dagli schemi dell’epoca.
L’idea complessiva del film è che resti a metà, incompiuto. Ben girato, ma lontano dal Cronenberg esistenzialista di Inseparabili (1988), A History of Violence (2005), La Promessa dell’Assassino (2007): viene in mente che l’intento del regista fosse quello di mantenersi equidistante dal racconto, nell’ottica di rendere la storia senza esprimere un punto di vista ben preciso. Da un visionario come lui, forse le aspettative erano un po’ diverse.
Anche Roberto Faenza nel 2003 aveva portato sullo schermo una delle storie più incandescenti del ’900, con Prendimi l’anima: anche qui al centro della narrazione c’era la figura di Sabina, ma soprattutto il tentativo di ricostruire un amore folle e impossibile (tra la giovane ebrea russa e il dottor Jung). Cronberg invece mette Sabina al centro del motore narrativo, ma il suo A Dangerous Method è un affondo più generale sulla psicanalisi in sé, e quindi sugli esploratori dell’inconscio per eccellenza. Freud, Jung e Spielrein sono i pilastri di una disciplina che avrebbe cambiato la scienza, una rivoluzione senza pari.
Da ricordare che dietro il film c’è la commedia di Christopher Hampton, The Talking Cure, a sua volta ispirata al libro di John Kerr, A Most Dangerous Method.
redazione, dirittodicritica.com



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A Dangerous Method rientra nel nuovo corso cinematografico di David Cronenberg, quello intrapreso da Spider in poi: canonico, essenziale nella sceneggiatura e nelle scelte registiche. È ormai chiaro che il cineasta canadese si è allontanato dagli sperimentalismi che l’hanno reso celebre e che ha portato avanti fino a eXistenZ. Rimpiangere quel Cronenberg non ha senso, anche perché l’oggetto della sua indagine non è cambiato e resta — senza ombra di dubbio — l’uomo, inteso come unità “inseparabile” di corpo e mente.
Il caso Freud/Jung/Spielrein, ovvero l’intreccio che ha unito e separato le tre figure fondatrici della psicoanalisi moderna, certo non è un soggetto nuovo di zecca […], riproporlo è assieme un rischio e un atto di coraggio: una prova che Cronenberg supera camminando come un funambolo sul filo dello sbadiglio provocato da una storia, è proprio il caso di dirlo, estremamente cervellotica.
L’architettura della pellicola si regge tutta sulla figura geometrica del triangolo, che non è solo quello che lega il professor Freud, il dottor Jung e la paziente Sabina Spielrein, ma che si espande nella sceneggiatura come un frattale ossessivo. L’apice fisso è Jung, gli altri cambiano a seconda del nodo tematico, come ad esempio nel triangolo Freud/Jung/Gross (sulla liberazione degli istinti) e in quello Spielrein/Jung/Emma Jung (sulle convenzioni sociali).
A Dangerous Method non è solo un film sulla nascita della psicoanalisi ma racconta anche come uno zeitgeist possa logorarsi nel giro di pochi anni, tema vicino alla nostra contemporaneità in maniera sconcertante. Lì, parafrasando Max Ernst, era un’Europa prima della pioggia di sangue delle due guerre, qui è un’Europa sull’orlo del collasso dell’ipercapitalismo.
Vero, il film è molto “parlato” (è figlio di una pièce teatrale) e il mondo che fa da scenografia è di una bellezza immobile, indifferente alle tempeste craniali dei protagonisti, cosa che certo non movimenta l’azione, ma lo rende coerente alle sue origini e ai suoi propositi. Certo questo film è quanto di più lontano da un capolavoro come Videodrome, non c'è nessun James Woods che estrae pistole dalle sue viscere ma, in fondo, anche se non letteralmente, tutti i personaggi non fanno altro che aprirsi a vicenda il cranio e spiarci dentro. E questo è Cronenberg al 100%.
Fernando Fazzari, thrillermagazine.it



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Il film di Cronenberg è formalmente impeccabile, ma soffre di eccessiva freddezza e incompiutezza.
La sfida era sicuramente affascinante e pochi altri registi oltre a David Cronenberg avrebbero potuto raccoglierla: fare un film sulla psicanalisi, esplorando pulsioni nascoste e desideri inconfessabili, affrontando di petto la questione con tutti i suoi aspetti complessi e contradditori, eludendo il pericolo di cadere nel patetismo da melò.
Il regista canadese ha accettato la sfida, ma non si può dire che l'abbia vinta, almeno non completamente: A Dangerous Method è, infatti, un film formalmente impeccabile, che riesce ad evitare certi parossismi melodrammatici, ma soffre di eccessiva freddezza.
Nella sua prima parte A Dangerous Method ci introduce, in maniera piuttosto didascalica e poco coinvolgente, nel mondo di Freud, Jung e Sabina Spielrein; la speranza è quella di trovarsi di fronte ad una parte introduttiva (farraginosa, ma necessaria) che prepari il campo per un'indagine sulla psiche e i conflitti interiori dei suoi protagonisti. Il tutto resta però trattenuto, non deflagra mai e si resta in costante attesa di una svolta che, di fatto, non arriva mai.
Solo quando Cronenberg decide di concentrarsi sulla crisi che coinvolge Jung e sul ribaltamento di ruoli con la sua ex paziente Sabina Spielrein, il film diventa maggiormente interessante e regale le sue cose migliori. Il cortocircuito che affligge il personaggio interpretato da un sempre più bravo Michael Fassbender deriva da quella incapacità di gestire e tenere sotto controllo le complessità del proprio io interiore.
È il racconto di questa destabilizzazione che interessa maggiormente Cronenberg, una crisi dettata dal contrasto tra teoria e pratica che Jung non è in grado di controllare e cui non riesce a sottrarsi: la razionalità teorica su cui si basano le convinzioni cliniche e professionali dello svizzero cozza terribilmente con le pulsioni del personaggio che tradisce inevitabilmente se stesso e le proprie idee, perdendo ogni punto di riferimento in una deriva di carattere psicologico che si fa sempre più intensa.
La perdita delle certezze, che caratterizza un fondamentale periodo della storia contemporanea come l'inizio del Ventesimo secolo e l'avvicinarsi della prima guerra mondiale, detta l'atmosfera crepuscolare che caratterizza tutto il film. Spielrein, Jung e lo stesso Freud devono fare i conti con la dissoluzione di un sistema di valori basato sulla razionalità e il controllo in favore dell'affermazione dell'instabilità emotiva e della contraddittorietà.
Peccato che tutto questo funzioni esclusivamente a livello celebrale, senza mai regalare picchi emotivi rimarchevoli e anzi procedendo per situazioni e dialoghi fin troppo esplicativi e che non lasciano mai allo spettatore libertà interpretativa.
A Dangerous Method è quindi un film complesso e contraddittorio così come ciò che vorrebbe tradurre in forma filmica, ma la freddezza di fondo con cui la narrazione procede (arrancando anche in alcuni momenti) e l'eccessiva cerebralità ne fanno un film affascinante, ma non completamente riuscito.
Marco Valerio, lnx.whipart.it



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L’incontro tra il drammaturgo Christopher Hampton e David Cronenberg si verifica nello spazio di un testo, The talking Cure, scritto dal primo per il teatro e sviluppato intorno alla relazione complessa che ha attraversato le vite di Carl Gustav Jung, Sigmund Freund e Sabina Spielrein, figura centrale nel testo di Hampton cosi come nella sceneggiatura adattata da questo per il film del regista Canadese. Un territorio difficile e intimamente Cronenberghiano la cui derivazione teatrale non dovrebbe trarre in inganno come al contrario ci è capitato di leggere da parte di una critica da cronaca pagata per dormire al cinema o peggio ancora per stenografare, tout court, la superficie della visione. Insieme al fedele Peter Suschitszky Cronenberg ha lavorato con la consueta meticolosità ad una semplificazione della superficie visiva, riducendo la saturazione cromatica e costruendo uno sfondo tra scenografia e luce impalpabile e neutro, soluzione utile a rendere la presenza corporea degli attori ma anche ricerca sull’immagine molto simile agli spazi mentali di M. Butterfly, alle superfici cognitive di Spider, ai “drome” (circuiti, stanze, arene) del suo cinema. Viene in mente un vecchio (non certo come incisività) film sulla mutazione del corpo nell’immagine dello spirito che è Therèse di Alain Cavalier, dove la fissità del quadro e la neutralità pulviscolare dello sfondo rispetto ai corpi allontanavano quell’occhio dallo spazio “ovvio” del teatro avvicinandolo così al cinema delle origini; in questo caso i custodi dell’esegesi su Teresa di Lisieux non potevano accettare l’orrore che si nascondeva in quelle immagini, arrivando a giudicarle “infedeli”; siamo sicuri in questo senso che lo stesso cancro filologico potrebbe muovere le ragioni principali di alcuni detrattori del nuovo film del regista Canadese. Nel percorso che ha portato David Cronenberg alla realizzazione di opere sempre più endogene al concetto di mutazione, sempre più sottili nel tentativo di filmare cicatrici ormai invisibili, carne pulsante che risiede in un interstizio mentale, l’identità in transito del contesto familistico è un passaggio ulteriore che sposta la ricerca di un cineasta radicale nella difficile conquista di uno spazio invisibile che risiede tra parola e immagine, tutta la sequenza che ci mostra Sabina, Carl ed Emma Jung in una sessione legata alla “cura delle parole”, è una dolorosa metamorfosi in atto che percepiamo attraverso i volti, le parole stimolate da Carl, le risposte di Emma, il testo scritto dallo stesso Carl sul quaderno, e quel riverbero di luce che Sabina cerca di catturare e seguire con il dispositivo meccanico adibito alla rilevazione; oltre ad essere uno straordinario momento di possessione visionaria, ci suggerisce una volta di più come Cronenberg metta in atto un metodo davvero pericoloso di trasmutazione del corpo in immagine, parola, segno grafico, luce; se pensiamo a cosa ne avrebbe fatto, o meglio, a cosa ha fatto fino ad adesso (e a dove ahimè è giunto) Peter Greenaway, ci potremmo immaginare un accumulo di lessemi e sememi, dispositivi e formati; come a dire che nell’apparente distruzione dello spazio teatrale l’autore inglese tende quasi sempre a ricostruirne le trappole più ovvie a causa di una cieca ipertrofia visiva , Cronenberg invece a disintegrarle cercando al contrario l’invisibile nella semplificazione delle superfici, inclusa la scrittura percepita attraverso i carteggi epistolari che diventano elemento fondamentale in questo suo ultimo lavoro. Chi scrive allora che A Dangerous Method è un film “superficiale”, non avendo probabilmente ben presente di cosa stà parlando (o più modestamente, di quale superficie stia parlando) è evidentemente disturbato dalla rottura di un patto di verosimiglianza, che nell’individuare uno spazio dato (o percepito) come teatrale ce ne mostra i difetti, le aporie, le aperture, l’epistemologia brutale della mutazione. Era lo scandalo di M. Butterfly, ovvero, non riuscire ad accettare che John Lone fosse filmato in modo non “credibile”, ed è lo scandalo di un film che come un cuneo si conficca nel cervello della famiglia occidentale, mostrandone ancora, e con una prospettiva che diventa anche storico antropologica, le potenzialità più oscure come un raggio di luce sulla trasformazione delle relazioni. Sabina Spielrein nel suo diario scriveva: “mio padre ha su di me l’effetto di far comprimere nel mio intimo tutti i sentimenti“; una frase che non può non aver colpito Cronenberg, tanto da affidare a questo concetto un complesso scambio di mutazioni dove la figura della psicoanalista di Rostov diventa centrale solo a patto di considerarla come un conduttore di energia, un portatore sano di schizofrenia che colpisce non solo il mondo di Jung ma anche la fitta rete di relazioni che lo circondano. Come puoi sopportare tutto questo? chiederà Sabine a Carl dopo la descrizione di un nuovo percorso identitario; a molti sarà sembrata una banale fotografia sui residui di un rapporto, per chi scrive era la dolorosa e in-acettabile immagine di una metastasi al lavoro.
Michele Faggi, indie-eye.it
[Modificato da |Painter| 17/09/2012 19.25]
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