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L'arte, la catarsi e il cinema virale - intervista

Ultimo Aggiornamento: 20/02/2014 21.04
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Sesso: Maschile
20/02/2014 21.04


INTERVISTE A CRONENBERG:
L'ARTE, LA CATARSI E IL CINEMA VIRALE



Vorrei parlare di catarsi. Tu insisti costantemente sulla catarsi nei tuoi film come un beneficio e una raison d’etre per l’horror come un genere, e ancora il tuo lavoro mi lascia tutto fuorché una catarsi.
Sì. Be’, è la catarsi dell’ambivalenza. Forse è questo che cercherò di venderti, ora. Se sei semplicistico, il tuo lavoro è semplicistico, o scegli di farlo in un modo semplicistico, allora potrà avvenire una catarsi semplice; e questa la trovi nelle soap-opera, nelle commedie tradizionali, dove alla fine le cose vengono concluse felicemente nonostante si sia passati attraverso momenti difficili. E forse, la catarsi nei miei film è più complessa, e qui sta un’altra conferma da parte mia che le cose non sono affatto semplici, né facili – non sempre, comunque – da risolvere. Quando sento… quando ho bisogno di un libro e non voglio un libro in cui tutto sia dolce, ordinato e bello. Quale libro ti porteresti su un’isola deserta? Cosa ti dà davvero il conforto? Qualcosa che ti dice che tutto andrà bene? È questo il conforto? Non penso.

Ma persino con le ramificazioni intellettuali del dubbio, che tu mostri nel tuo lavoro, sembra che uno possa averle e comunque concedere al pubblico più liberazione e guarigione.
Sembra la pesca alla trota. [ride] Li fai abboccare, li saluti, poi li rigetti via.

Tu li catturi al cinema – il pubblico è la trota!
E forse non voglio lasciarli andare. Forse la catarsi, letteralmente, è lasciarseli scappare dall’amo troppo facilmente! Non insisto sul fatto che la catarsi sia il tutto e tutto debba servirla, sto solo facendo il punto del fatto che pare ci sia un meccanismo. E ovviamente può variare molto da un lavoro a un altro. Ma di sicuro quando cominci a mischiare il tuo sangue con i personaggi del film, o se è un film di paura, stai mescolando le tue stesse ansie con quelle che sono recitate nel film, e la catarsi non è purificatrice, le rende più chiare. Immagino che la mia versione non sia del tutto classica. È come una cornice che isola certe cose dal caos del set. È come dire: per ora ci concentriamo su queste. Non sono le uniche esistenti, ma per le prossime due ore saranno il nostro mondo, insieme, dobbiamo andarci dentro a fondo, esplorarne ogni aspetto. Per me è questa la catarsi, sta proprio lì. Non ha niente a che vedere con un lieto fine.

[…] La possibilità di trasformazione dell’amore, delle relazioni e dello stesso corpo – come mutazione – è qualcosa che tu hai verbalmente promosso come eccitante, inventivo, attraente; eppure i tuoi film, in un modo parecchio diverso, mostrano sempre questa sorta di mutazioni e trasformazioni sotto una luce terrificante.
Hmmm. Dal punto di vista drammatico, naturalmente, qualcosa che va storto è sempre più interessante di qualcosa che va per il verso giusto. Confesso che sono parte di questa struttura. È Shavian: il conflitto è l’essenza del dramma. Voglio dire, se un tizio si trasforma in una mosca ed è così bello che tutti lo adorano, insomma, che cosa abbiamo? Una commedia per la TV. Ma non c’è niente di drammatico e intenso. Fa parte di questo. L’altra parte è che io, nei film, probabilmente spiego che le cose che in teoria sono potenzialmente positive, sono difficili da manipolare al punto da essere poi positive anche in pratica. Cerco di dire: be’, cosa accade quando portiamo questa teoria nella pratica? Ecco perché i miei film sono come esperimenti di laboratorio. Dico: proviamoci. Ecco un tizio che si trasforma in questo, uh-uh, sembra ci sia un problema, non sta venendo così bene, che diavolo sta succedendo? È come una recita. I bambini giocano e sperimentano le cose in questo modo.

Ti sei mai sentito intrappolato dalla tua reputazione di andare oltre al punto in cui la gente si aspetta di andare? La gente va al cinema con una certa aspettativa sapendo di vedere un film di Cronenberg?
No, mi piace deludere le aspettative della gente. Sul serio. È un mio atteggiamento perverso. In effetti, no, non mi sono mai sentito in trappola. Sono molto ostinato. E faccio davvero quel che cazzo mi pare.

Quindi non provi nessun tipo di ossessione nel mostrare il non-mostrabile o spiegare il non-spiegabile come hai fatto ai primi tempi?
No, se non mi sento così quel giorno. E potrei sentirmi così l’indomani. Ma oggi no. Il dovere dell’artista verso se stesso è la summa massima di un’immensa responsabilità e di un’immensa irresponsabilità. Le due si intrecciano.

Ufficialmente la tua arte tende al controllo stretto dell’immagine – tende a mostrare più “teste parlanti” rispetto a tanti altri autori?
Sì, sì. Per me le “teste parlanti” sono l’essenza del cinema. La cosa più affascinante per un neonato è il volto umano. Il neonato ti guarda in faccia, vede come ti muovi e vuole toccarti, ti dà tutto un altro senso di cosa sia il volto. Per noi è scontato ma in effetti è una testa fantastica, e ciò di cui parla è fantastico, dunque non puoi avere niente di meglio. È il meglio! Non ne sono spaventato. Non mi spaventa sedermi e fare un primo piano e lasciar fare. Se hai la faccia giusta che dice la cosa giusta al momento giusto, hai tutto ciò che il cinema può offrire.

L’artista ha una qualsiasi responsabilità morale o sociale?
No. No, ancora non ce l’ha dopo tutti questi anni. Sempre irresponsabile. Come cittadino, ovviamente, e come genitore, ovviamente. Ma come artista, ed ecco dov’è il paradosso, la tua responsabilità è di essere irresponsabile. Dal momento in cui prendi responsabilità sociali o politiche, hai amputato i migliori arti che avevi come artista. Ti spingi in un sistema molto ristretto che ti spingerà, ti tirerà ti darà una forma e renderà la tua arte completamente inutile e inefficace.
David Breskin, Rolling Stone 1992



Parliamo del film virale.
Be', è una questione di auto-replicazione, e il fatto che un virus non può esistere nel vuoto – ha bisogno di un ospite, deve integrarsi all'interno di qualcosa. Il film virale fa pensare al cinema come una malattia, l'arte come una malattia, ma anche qualcosa che si integra nella tua struttura genetica, cromosomica, e in questo strano modo diventa parte di te anche se di fatto non lo è. Credo sia questo il significato.

In particolar modo il video, che può essere riprodotto facilmente, e le videocassette possono circolare e trasmettersi attraverso tutta una rete di persone.
Esatto, e il virus muta nel frattempo, perché alcune cose si perdono di generazione in generazione, e l'immagine inizia a cambiare – altre cose si aggiungono – i rimasugli di ciò che viene sovrascritto. È la stessa cosa ma muta in qualcos'altro, ed è portata avanti nella successiva generazione. Quindi è virale. È anche una strana maniera di essere sia vivi che morti, nel mezzo. Insomma, i virus sono davvero sul confine del concetto di vita. Questo vale anche per le immagini che creiamo – hanno la sensazione e le sembianze della vita, e non siamo sicuri se siano vive o no. È la comunicazione, la vita che è contenuta in essa è davvero vita o solamente un'illusione? Il video – e ciò che viene filmato – è una forma alternativa di letteratura, in un certo senso, perché puoi portare i tuoi film con te, ne hai accesso, puoi riguardare le tue parti preferite, proprio come con i libri. Quindi ciò significa che i tuoi film hanno la possibilità di avanzare insieme al tempo, essere ri-percepiti in un altro contesto. Forse è questo che succederà.

[...]Una domanda sull'AIDS, dato che parliamo di cinema virale. Vedi nessuna relazione tra ciò che sta succedendo nel mondo reale, tutto il fermento politico che ruota intorno all'AIDS, e il discorso che riguarda il tuo lavoro?
Credo sia una cosa che si ripresenta continuamente, ciclicamente. È interessante – la malattia è politica, lo è sempre stata, sia che fosse la sifilide di un tempo, persino l'herpes, che per un po' è stato un argomento scottante. Non voglio sminuire l'importanza dell'AIDS, che è enorme, ma puoi allo stesso tempo fare un passo indietro e vederla come una cosa ciclica, e tutte le malattie hanno portato a movimenti politici. Si basano sulle persone che sono le vittime più comuni della malattia, sul come proteggersi da esse, che sia la peste nera o qualsiasi altra cosa. È politica. E non penso che avrà una fine, è una cosa innata nella condizione umana.

Burroughs sostiene che la razza umana stessa si comporta come un virus, nel senso che muta, si adatta ed altera l'ambiente. Come la vedi tu?
Quella è una metafora che ti vuole mettere nella prospettiva di vedere l'uomo non come il centro dell'universo, ma solo come un altro esempio di un qualche genere di energia che lo attraversa. Ecco cosa penso intenda Burroughs. Probabilmente quel giorno era depresso.

Ma dato che l'AIDS è un virus, e si comporta come un virus, trasfigura la nostra percezione del corpo umano abbastanza radicalmente, penso.
Temo che la vera rivelazione nel capire un virus debba ancora arrivare, e non so se arriverà per forza ora che è l'AIDS pare aver premuto il grilletto. La virologia ha qualcosa di incredibilmente carismatico e potente secondo l'immaginazione umana – e non credo che l'abbiamo già colto. Non sono sicuro che sarà un fenomeno medico...
Lukas Barr, KGB Magazine 1995

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